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Mercoledì, 20 Settembre 2017
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Più formazione sui banchi e nelle imprese

Le competenze si usurano e continuare a imparare è necessario. Però l’Italia resta fanalino di coda.

La guerra da vincere è quella dell’occupabilità, ma non si possono trascurare le battaglie per l’adattabilità e per lo sviluppo. Il capitale umano si usura prima degli altri, le conoscenze sono presto obsolete. Per questo la formazione delle persone richiede un continuo adeguamento dei saperi, la manutenzione e il mantenimento, oltre che la crescita innovativa delle conoscenze. L’Italia sembra invece andare in controtendenza.
Bocciati Come ci racconta l’ultimo Rapporto dell’Isfol commissionato dall’Ocse sul possesso di competenze degli italiani dai 16 ai 65 anni, che ha suscitato forti polemiche, quello che spicca è il primato negativo della scarsa partecipazione ad attività di apprendimento formale e informale degli adulti, che colloca il nostro paese agli ultimi posti tra i paesi più sviluppati: il 24% a fronte di una media del 52%.


Il nostro paese è finito all’ultimo posto della graduatoria nelle competenze alfabetiche (250 contro una media Ocse di 273), mentre nelle competenze matematiche la media italiana è pari a 247 rispetto a 269 di quella Ocse. Un altro Rapporto Isfol, questa volta sulla formazione continua, rivela che, anziché aumentare, la quota degli adulti 25-64enni che partecipa ad iniziative di istruzione e formazione è scesa dal 6,2% del 2010 al 5,7% del 2011-12.
Un altro Rapporto, questa volta l’indagine Excelsior, segnala che la platea della popolazione italiana adulta 25-64enne che ha seguito un’attività formativa, non nelle quattro settimane precedenti, bensì nei 12 mesi precedenti, raggiunge solo quota 7,9%. L’articolazione della partecipazione ai corsi di formazione per fasce d’età mostra una prevalenza del segmento dei 45-54enni (9,4%), seguito dai 35-44enni (8,8%) e dai 25-34enni (7,3%). Possiamo quindi accettare le denunce e gli anatemi: siamo un popolo di bocciati nella guerra della formazione. E questo riguarda sia i giovani Neet under 30 (2,2 milioni di giovani) sia ampie quote della popolazione adulta, che sia in attività o senza lavoro. In Italia serve quindi una gigantesca operazione di ricostruzione dell’intero sistema formativo, se vogliamo vincere le sfide della disoccupazione e dell’occupabilità.
Expotraining Un vero e proprio Manifesto della buona formazione, che verrà presentato e discusso il 17 e 18 ottobre aMilano nell’ambito di Expo training, è oggi sintetizzabile in quattro punti, anche se il problema principale è forse quello di convincere i decisori politici che la formazione è una delle nostre principali priorità. Il primo punto per un miglioramento del sistema formativo è il superamento della frantumazione in venti sottosistemi, tante quante sono le regioni, dell’offerta. Il bricolage e il fai da te possono essere ridotti se le competenze, pur restando alle regioni, vengono coordinate e orientate da una cabina di regia nazionale. Qualcuno propone persino la creazione di un unico ministero della Formazione, che unisca le attuali prerogative del ministero del Lavoro e dell’Istruzione e università.
Il secondo punto è l’ottica di filiera, che spesso manca, sostituita da emergenze che di volta in volta perdono l’unitarietà di visione. Oggi e in futuro, la formazione va considerata come un unicum che, partendo dalla scuola media inferiore, alla superiore e all’università, arrivi a coprire e sviluppare le esigenze di riqualificazione e formazione degli adulti, compresi gli over 55, una delle sfide più difficili ma necessarie per le economie mature. La terza priorità è che la formazione diventi una leva determinante delle politiche del lavoro, non un ammortizzatore sociale, ma uno strumento delle politiche attive e dello stesso outplacement. Il quarto punto è quello delle risorse, che non possono diventare l’alibi per non far nulla, e del coinvolgimento dei Fondi interprofessionali. Le risorse ci sono, basti pensare a quelle europee che non riusciamo nemmeno a spendere.
Delle quote del Fondo sociale che scadono a fine anno, avevamo a disposizione 13,5 miliardi di euro; ne abbiamo impegnati 7,3 miliardi e ne sono stati pagati 4,7 miliardi. Una Caporetto progettuale che non può certamente farci onore.

Fonte: La Stampa

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