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Venerdì, 24 Novembre 2017
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Un miliardo in fuga con i cervelli

Ecco il capitale generato dai 243 brevetti dei nostri migliori scienziati all’estero. Tra vent’anni potremmo arrivare a dissipare tre miliardi. Negli ultimi otto anni gli iscritti all’università giù del 15%. Quanto ci costa questo spreco?

1,2 miliardi di euro: ecco quanto «paghiamo» per la fuga dei cervelli, secondo uno studio dell'Istituto per la CompetitivitàAl di là delle questioni di orgoglio nazionale e anche di un certo romanticismo, la fuga dei cervelli è un costo. Anzi, di più: una perdita netta ogni anno di più di un miliardo di euro, vale a dire il capitale generato dai 243 brevetti che i nostri migliori 50 cervelli depositano all’estero. Un valore che, considerato nei prossimi venti anni, potrebbe arrivare anche a quota tre miliardi, come risulta da uno studio dell’Istituto per la Competitività (I-Com) presentato alla fine dello scorso anno dalla fondazione Lilly.


I giovani ricercatori che l’Italia sembra trattare in modo a volte un po’ sdegnoso possono avere una produttività media di ventuno brevetti, che equivalgono a 63 milioni di euro e ben 148 milioni in una proiezione ventennale. Solo nell’ultimo anno, i migliori venti ricercatori italiani hanno depositato all’estero otto scoperte come autori principali. Si tratta, in termini di ricavo, di 49 milioni di euro che tra venti anni diventeranno 115. Se si considera, invece, la totalità dei brevetti, sono 66 quelli a cui hanno contribuito i primi venti tra i cervelli fuggiti dall’Italia come membri del team di lavoro. Tradotto in euro, si tratta di 334 milioni, che in una previsione ventennale diventeranno 782 milioni.

E fossero solo i cervelli a fuggire. Anche gli studenti italiani sembrano sempre meno interessati a studiare. Le matricole sono in forte calo, diminuite del 15% negli ultimi otto anni, secondo Almalaurea, con tassi di abbandono, nel primo anno di università, del 23% e del 30%, considerando anche il secondo anno. Di fronte a queste cifre, il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo sta agendo su diversi fronti. Per la prima volta da quest’anno i bandi di concorso sono più chiari e semplici, in italiano e in inglese, con maggiore apertura, in modo che possano partecipare anche persone che non appartengono al solito circuito universitario un po’ autoreferenziale fatto di assistenti dei prof ordinari. Il calendario dei bandi sarà programmato come accade all’estero in modo da dare la possibilità a chi vuole partecipare di avere tempi certi su cui basare le proprie scelte. Nelle università si insegnerà sempre di più in inglese. Dal 2014 al Politecnico di Milano l’inglese sarà addirittura l’unica lingua, ma nel frattempo sono già 103 i corsi in tutt’Italia tenuti in lingua e non in italiano.

Per semplificare ancora di più le procedure, è stato da poco inaugurato un portale, Universitaly, in collaborazione con Crui, Cineca e tutti gli atenei italiani, per fornire informazioni sui corsi universitari, accademie, conservatori e istruzione tecnica superiore. E’ disponibile anche in inglese per attirare studenti stranieri e consultabile anche attraverso i social network.

Ma l’agenda del governo Monti in materia di formazione prevede anche alcuni obiettivi importanti nelle scuole. Per combattere l’abbandono scolastico, il Miur ha individuato cento micro-aree in cui ci sono azioni speciali per tale obiettivo. Sono stati investiti oltre 100 milioni di euro. Sarà potenziata l’istruzione tecnico-professionale attraverso una revisione degli Its, i 59 Istituti tecnici superiori voluti dall’ex ministro Mariastella Gelmini. Il Miur ha individuato 16 settori che diventeranno il nucleo dei futuri Its: dall’agribusiness alle costruzioni, alla meccanica strumentale, la sanità, la casa, la moda e così via. A differenza del passato ci sarà il coinvolgimento di Regioni e del ministero per lo Sviluppo Economico.

Prof, scuole e presidi verranno valutati sulla base di pagelle, come risulta dallo schema presentato in consiglio dei ministri prima di Ferragosto. Nascerà il Sistema nazionale di valutazione formato dall’Invalsi, dall’Indire e da un nucleo di ispettori interni al Miur ma anche esterni. Per la prima volta si analizzerà il valore aggiunto degli istituti, ovvero il miglioramento degli studenti fra l’ingresso e l’uscita da una data scuola. Premi? Nessuno. Non ci sono soldi.

Fonte: La Stampa

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