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Giovedì, 21 Settembre 2017
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Università aperta per formare una nuova élite professionale

«È impossibile escogitare istituzioni per la selezione dei migliori». Lo scriveva Karl Popper ne La Società Aperta e i Suoi Nemici. E continuava: «L'impossibile richiesta di una selezione istituzionale dei leader intellettuali danneggia l'autentica vita non solo della scienza, ma anche dell'intelligenza».
Potrebbe apparire, questa, un'asserzione fuori dal tempo, in contrasto con l'esigenza, forte, di una legittimazione istituzionale, su basi meritocratiche, delle élites professionali del Paese.


Illustrazione di Doriano SolinasE, invece, quello di Popper è, prima di ogni altra cosa, un monito sulla necessità che le istituzioni educative evolvano come società aperte, evitando che regole troppo rigide le trasformino, nel tempo, in entità chiuse, dogmatiche, tribali.
In questa prospettiva, la prima dimensione rilevante per la selezione dei professori universitari diviene quella dei modi attraverso cui si conquistano la legittimazione e la leadership scientifica.
Specie nelle fasi più avanzate del percorso educativo, nei dottorati di ricerca, la lezione frontale deve lasciare il passo al seminario, alla bottega artigiana rinascimentale, in cui maestro e allievo esercitano e rafforzano lo spirito critico, mentre l'acquisizione di responsabilità si realizza nel dibattito aperto e nel confronto delle argomentazioni. Uno schema, questo, che bene ha funzionato come fucina di pubblicazioni scientifiche, di brevetti e di professori, fino circa alla fine degli anni Sessanta.
Da allora, il rapido aumento delle dimensioni del sistema universitario e l'incapacità dell'attore pubblico di regolarlo promuovendone la stratificazione e la differenziazione, hanno determinato una rottura che non si è più ricomposta e che rimane oscurata dal dibattito sul concorso perfetto. 
Si è finto di credere che lo scoglio della selezione dei docenti potesse essere risolto compiutamente con le regole dei concorsi. L'esito è stato il succedersi incessante, in una rivisitazione del mito di Sisifo, di procedure di selezione che, di volta in volta, dovevano introdurre correttivi risolutivi rispetto alle distorsioni generate dalle regole previgenti e, invece, finivano per generare nuove fonti d'incertezza, ritardi, sanatorie.
Ne è discesa una doppia chiusura: quella indotta dall'abbandono del modello maestro-apprendista e quella determinatasi per un progressivo isolamento dai centri che, a livello internazionale, quello stesso modello venivano potenziando, perfezionando e diffondendo, su basi competitive. 
Il risultato è un'università ricca certamente di talenti e di buone pratiche, chiamata però a ripensare modelli organizzativi e regole di funzionamento.
L'avvio delle abilitazioni nazionali per la docenzarappresenta oggi un passaggio positivo, anche se diverse sono le insidie da cui guardarsi in fase di attuazione.
Ma, anche in caso di pieno successo del nuovo sistema, ai nuovi concorsi - torna il monito di Popper - non si dovrà chiedere di ricomprendere in sé tutte le fonti di legittimazione della nuova élite scientifica. E se la stampa internazionale, buon ultimo ieri il New York Times , ci ricorda le difficoltà dei nostri atenei nell'attrazione di ricercatori dal resto del mondo, bene si comprende la necessità di agire su più fronti, accettando che le università non siano tutte uguali.
Curare la diffusione di una qualità media relativamente elevata dei programmi d'insegnamento è importante, ma è necessario anche investire con coraggio sul rafforzamento di istituzioni - le Alte Scuole e un numero limitato di università di ricerca - deputate a realizzare compiutamente il ritorno alle fondamenta del modello Humboldtiano.
Luoghi, questi, di ricerca e d'insegnamento cui sia chiesto - e non concesso quasi fosse un privilegio di cui non render conto - di non inseguire a qualunque costo la metrica del numero degli studenti.
Istituzioni, ancora, chiamate a innovare nell'organizzazione della ricerca e dei rapporti tra discipline, tenute a inserirsi come leader nei circuiti mondiali di mobilità del capitale umano.
Di questo coraggio il Paese ha bisogno, per produrre conoscenza e per formare con orgoglio una propria élite professionale internazionale, legittimata dai metodi e dalle sfide delle società aperte.

Fonte: Corriere della Sera

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